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martedì 1 marzo 2011

Kinsella: la regina dei best sellers

Da non crederci, io che leggo Sophie Kinsella! Io che l’ho sempre evitata accuratamente perché le letture frivole non sono esattamente il mio pane quotidiano! E invece (come dicevo diversi post fa) ho deciso di leggere un suo romanzo per farmi una “cultura”, visto che mi sto cimentando in un romanzo che parla dei rapporti fra i sessi in maniera ironica.
E dunque? E dunque è stato un successone!
Ho letto “La regina della casa” e ne sono rimasta letteralmente affascinata: oddio quanto ho riso, ma anche riflettuto perché l’autrice mi ha sbattuto in faccia con surreale comicità quanto siamo imbecilli a restare attaccati ad un palmare mentre la vita ci scorre intorno, a quanto sia assurdo correre freneticamente dietro ad un traguardo fatto di prestigio e denaro ma senza sentimenti, tempo libero, vero sesso e vero amore!
Così adesso, totalmente sedotta, sono passata a un altro suo romanzo: “I love shopping in bianco” (titolo italiano francamente semplicistico ma immediatamente identificabile come opera “Kinselliana”… lasciatemi passare il neologismo)!
L’ho iniziato ieri sera e sono già a pagina 116.
Che dite, vi sembro un tantino entusiasta?

martedì 21 settembre 2010

Abbiamo tutti un vascello da condurre in porto

Che uno scrittore, o aspirante tale, non possa assolutamente esimersi dal leggere i classici della letteratura mondiale è affare ormai assodato.
Così, tra i romanzi e saggi di ultima uscita affianco sempre dei libri che hanno impresso un segno indelebile nel nostro tempo.
Ho letto quindi alcune settimane fa La linea d'ombra di Joseph Conrad (per chi non lo sapesse, lo scrittore non era inglese ma un nobile polacco nato in Ucraina).
La trama non ha nulla di complicato: un giovane si ritrova in modo del tutto inaspettato a comandare una nave che non ha più il suo capitano e deve condurla in porto. Niente di eclatante accade, tranne il suo travaglio interiore dovuto all'immobilismo quasi soprannaturale, demoniaco direi, della nave e all'epidemia che sta fiaccando uno dopo l'altro i suoi uomini. Ed è proprio in questo coacervo di esaltazione febbricitante per la nuova avventura prima e di sensi di colpa poi, la forza del romanzo. Infatti, nonostante io abbia trovato la prosa di Conrad alquanto ostica e la vita di mare lontana anni luce da me, mi sono sentita comunque (e fortemente) parte di quel vascello e delle sue miserie.
Perché in fondo siamo tutti comandanti di una "nave".
La mia, a volte, si muove troppo lentamente per via del "vento" che non spira quanto dovrebbe, con i miei sensi di colpa per ciò che dovrei (o avrei dovuto) fare per condurla al porto senza troppi danni.
Ma ciò che più conta, come il romanzo stesso suggerisce, è che alla fine si trovi sempre il coraggio di rimettersi in viaggio.
Io l'ho fatto, e voi?

martedì 7 settembre 2010

New York: secrets no more!

Ebbene sì, detto - fatto. L’ho preso e l’ho sbocconcellato con goduria in pochi giorni, trovandolo anche più accattivante de I segreti di Londra, sì, perché paragonata alla lunga e ricca tradizione di Londra, la città di NY è pressappoco una neonata da svezzare e il processo di immedesimazione con gli uomini (spesso personaggi) che hanno fatto di lei ciò che è, nel bene e nel male, è immediato ed empatico.
Questo saggio ha il sapore delle foto ingiallite delle nostre nonne e bisnonne, dei volti in bianco e nero carichi di speranza prima di imbarcarsi per la “terra promessa”, sa di valigie chiuse con lo spago che anch’io ho avuto modo di vedere da piccola (retaggio di un passato ancora più recente), sa di quel divismo hollywoodiano che ormai non esiste più perché soppiantato dai corpi nudi in mostra un tanto al chilo e dalla onnipresente realtà virtuale, sa di un tempo in cui la pittura poteva ancora serbare il sentore della scoperta, del nuovo che abbaglia e porta alla perdizione, ha il sapore dello swing che dalle bettole fumose si trasferisce ai piani alti della musica “che conta”.
Sa di sogno.
Così, se mai ci andrò un giorno, non voglio più arrivare sull’isola a bordo di un aereo, ma avvicinarmici pian piano, come fecero i miei zii prima che io nascessi (e lo stesso Augias) a bordo di una nave.
Voglio andarle incontro, catturata dalla potenza simbolica della Statua della Libertà e da quello skyline che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha sognato di poter sfiorare con le dita protese all’orizzonte.

lunedì 16 agosto 2010

Londra non ha più segreti

In questi pomeriggi di pioggia ho avuto modo di leggere molto in locanda. Uno dei libri che ho gustato intensamente non è stato un romanzo, ma un saggio di Corrado Augias: I segreti di Londra.
Cosa dire dell’autore se non che sia uno degli intelletti più stimolanti e incorrotti degli ultimi 100 anni (tra questi anche Enzo Biagi e Indro Montanelli)?
Lo stimo profondamente e adoro la sua flemma, il suo sorriso appena accennato e la sua colta risata “very english” (può una risata essere colta? Sì, la sua lo è).
Ma veniamo al libro. Come ho detto, è un saggio storico ma che, grazie alla prosa vivace e ai salti temporali, diventa più appassionante di un romanzo.
Devo ammettere che di molti personaggi descritti ignoravo l’esistenza, di altri ne ho rivalutato il vissuto, mentre di altri ancora, ahimè, ne avevo ingenuamente esaltato la figura.
Prendiamo Anna Bolena ad esempio: l’ho sempre vista come la verginella sedotta e uccisa ignobilmente dal dispotico e megalomane consorte Enrico VIII. Ora, se è vero che il processo alla Bolena sia stato illegittimo, una vera farsa orchestrata dal re per liberarsi di lei, è altrettanto vero che la moglie in questione tanto ingenua e pudica non era: entra alla corte d’Inghilterra come dama di compagnia, diventa “amante ufficiale” e poi scalpita per diventar regina. Detesta Caterina, la prima moglie d’Enrico VIII, e la figlia di lei, che non perde occasione di umiliare con crudeltà.
E vogliamo parlare di Horatio Nelson? Sì, proprio quel Nelson la cui effigie, scolpita nella pietra e issata su una colonna di oltre 40 metri, sovrasta Trafalgar Square. L’ho sempre immaginato come uomo solido (quasi come la sua statua) e invece scopro il suo lato passionale (che lo porta a rinnegare sua moglie in modo indecoroso) e quello fintamente umile e decisamente vanesio.
E poi c’è il capitolo VIII sulle leggendarie figure dei corsari, pirati e bucanieri in cui viene descritta in modo vivido la vita sui vascelli: nell’acqua stipata per mesi brulicano larve di insetti, gli escrementi degli “alimenti vivi” (galline, mucche, maiali, oche) fermentano al sole, gli uomini a bordo sono rissosi, spesso ammalati e con piaghe evidenti dovute allo scorbuto. La dissenteria poi è una costante. Altro che avventurieri dal fascino irresistibile!
E poi ci sono i capitoli su l’East End e Jack lo Quartatore, Virginia Woolf, Sherlock Holmes (quasi fosse realmente esistito), Lawrence d’Arabia, Marx, Churchill, la principessa Diana e molti altri.
Insomma, leggetelo! Lo consiglio soprattutto ai giovani che trovano la storia più soporifera dell'etere.
E adesso scusatemi, devo lasciare momentaneamente la brughiera per comprare "I segreti di New York".
Buona lettura.

sabato 10 luglio 2010

La solitudine… del riccio

Ho terminato da due settimane ormai La solitudine dei numeri primi e L’eleganza del riccio ed è incredibile quanto la decisione di leggerli in contemporanea sia stata azzeccata! Sì, perché questi due romanzi sono COMPLEMENTARI, come le coppie un po’ bizzarre che nonostante gli anni riescono a restare insieme.
Se li avessi letti separatamente, probabilmente avrei mollato L’eleganza del riccio alle prime 100 pagine e avrei scaraventato giù da una rupe La solitudine dei numeri primi dopo aver letto l’epilogo.
E invece, quando onde di incredulità mi assalivano nel sentir parlare una portiera autodidatta come un Hegel in gonnella e una dodicenne a guisa di docente universitaria, bastava che io mi tuffassi nelle vicende di Alice e Matteo
per riconciliarmi con il mondo.
Però quando la prosa scorrevolissima ma un po’ sciatta di Giordano mi lasciava dell’amaro in bocca e nel cervello, ritornavo dalla coltissima Renée e gustavo lentamente alcuni passi, sciogliendoli in bocca come caramelline alla frutta.
E arriviamo al finale: tanto incompiuto, inespresso, irrisolto è l’epilogo de La Solitudine dei numeri primi, quanto perfetto, inaspettato, risolto è quello de L’eleganza del riccio.
Con il primo mi sono sentita vuota e delusa come un turista che abbia perso l’ultimo volo, con il secondo mi sono sentita appagata come Cannavaro mentre alza al cielo la Coppa del Mondo; ho pianto, riflettuto, gustato l’impasto dei sentimenti venuti a galla.
Perciò per me non sono due romanzi diversissimi tra loro, ma uno solo: La solitudine del riccio o se volete... L'eleganza dei numeri primi.

martedì 30 marzo 2010

Per te questo e altro

Quando ho cominciato a leggerlo seduta sull'erica non sapevo dove mi avrebbe portata. Ora lo so.
Ho attraversato l'Afghanistan ancora una volta, e ancora una volta ho sentito i suoi profumi, ho solcato il suo cielo a bordo di un aquilone, ho ascoltato la melodiosa preghiera verso La Mecca; poi ne ho avvertito il terrore, la violenza, la povertà, l'infanzia negata, il nonsenso durante l'occupazione dei Russi prima e l'insediamento dei Talebani poi.
Ho pianto a lungo perché l'uomo pervaso dall'odio, dalla brama di potere, dalla concupiscenza è molto più feroce di quanto qualunque immaginazione possa concepire.
Ho scoperto che nella mia vita avrei voluto avere un amico come Hassan e un padre coraggioso come Baba.
Ho capito da Amir che, per quanto i nostri errori possano essere imperdonabili, c'è sempre una possibilità di riscatto, una chance per diventare creature migliori e tornare a VIVERE.

Allora, tashakor Khaled jan.

mercoledì 13 gennaio 2010

Un anno in Provenza

Vi ricordate la mia camera tinteggiata color lavanda e i sacchettini profumati, sistemati in punti strategici della casa, dell’omonima pianta per esaltare la lettura delle storie di Peter Mayle?
Ebbene, ho terminato “Un anno in Provenza”.
Il libro è suddiviso in 12 parti: una per ogni mese (ovvio) ed è il resoconto del primo anno vissuto dallo scrittore, da sua moglie e i loro cani in una fattoria in pietra tra Ménerbes e Bonnieux.
L’ironia, in alcuni punti davvero molto comica, serpeggia in ogni pagina del libro.
I profumi della Provenza, i suoi sapori, le visioni agresti vengono elargite a piene mani.
Ma il libro non è solo questo: molto spazio è riservato ai lavori di ristrutturazione della casa… un vero spasso se si considerano le descrizioni dei bizzarri e instancabili (a corrente alternata) operai della magione.
Ma il merito di questo libro, a mio parere, sta nell’aver spazzato via in 199 pagine l’idea che la Provenza sia un paradiso di sole, tranquillità ed efficienza per 365 giorni all’anno e ha rafforzato la convinzione che i pregiudizi (in questo caso) francesi sulla nazionalità di una persona sono duri a morire: gli inglesi deboli di stomaco e troppo delicati di carnagione, gli italiani pessimi guidatori, e così via.
Peter Mayle si diverte a sbugiardare questi suoi nuovi amici con ironia e tenerezza, perché si sa… nessuno è perfetto.

lunedì 9 novembre 2009

Anche gli uomini sono animali domestici

Fedele alla regola, o meglio, all'inclinazione di leggere qualunque cosa mi capiti a tiro, senza pregiudizio alcuno sull'autore che l'abbia "generato", qualche giorno fa mi sono dedicata a una raccolta di racconti di Alessandro Carta dal titolo "Storie di animali domestici".
Non fatevi ingannare, non è il solito libro strappalacrime sui cani e gatti votati al martirio per i loro padroni (che brutta parola) ... per i loro custodi. No, è un insieme di storielle amene, nostalgiche, umoristiche che hanno per protagonisti anche gli uomini: in fondo non siamo anche noi delle bestioline domestiche?
E' lo sfondo su cui si innestano le storie ad avermi attratto particolarmente: l'Italia anni '70, quella della televisione in bianco e nero e poi a colori, l'Italia delle piccole botteghe alimentari, dei Furia e Rin Tin Tin alla televisione, delle orge culinarie nelle mega riunioni familiari, quell'Italia dal sapore agrodolce che ho vissuto anch'io, dove c'era ancora tempo, spazio e pazienza per accogliere (maldestramente o meno) compagni di viaggio pelosi, piumati e perfino dotati di carapace.

Anche se il volume non è perfetto dal punto di vista della formattazione per degli "a capo" immotivati, vi consiglio di leggerlo se volete passare un paio d'ore in compagnia di un mondo che esiste solo, ormai, nella memoria.

martedì 19 maggio 2009

Lasciate i titoli originali

Sto preparando sandwiches, torte al formaggio e brownies con lemon curd per almeno una ventina di ospiti. Stasera in locanda abbiamo il Club del libro e discuteremo di un romanzo tanto decantato, osannato e assurto alle sfere celesti della narrativa mondiale: La Lettrice Bugiarda di Brunonia Barry.

Dunque, se non avete letto questo romanzo, ma se lo state leggendo o avete intenzione di farlo in futuro, vi consiglio di saltare questo post, perché potrei “rovinarvi la festa”, compromettendo le vostre percezioni, mutando inconsciamente le vostre impressioni.

Tengo a precisare che attribuisco la mia delusione non alla scarsa abilità narrativa dell’autrice -che invece ha messo su una storia originale, ambientata in una località evocatrice di mistero come Salem- quanto alla leggerezza o stupidità di colui che ha voluto tradurre l’originario titolo dell’opera: The Lace Reader, cioè La Lettrice di Pizzo (perché la protagonista Sophya, da tutti chiamata Towner, è capace di leggere gli eventi futuri nel pizzo), ne La Lettrice Bugiarda.

Leggendo quell’attributo, “bugiarda”, sin dal titolo, sono partita prevenuta che qualunque cosa avesse raccontato Towner in prima persona non sarebbe stata la verità, ma solo la sua visione della realtà. Gli indizi, poi, lasciati qua e là dall’autrice per rendere credibile il finale (mettendo in pratica egregiamente una delle regole fondamentali impartite nei corsi di scrittura creativa) mi hanno svelato l’arcano prima che iniziasse la seconda parte del libro.

Nonostante tutto ho proseguito nella lettura sperando di sbagliarmi, ma era esattamente come avevo immaginato.

Ciò, non mi ha impedito comunque di trascorrere delle ore piacevoli in compagnia delle meravigliose figure femminili tratteggiate dall’autrice. In effetti mi sarebbe davvero piaciuto conoscere una donna come Eva (anche la scelta del nome, a mio parere, non è casuale: un po’ la donna per antonomasia… così come Sophya che vuol dire saggezza).

E voi che cosa pensate del romanzo? Mi farebbe piacere sentire anche le vostre impressioni. Di qualunque genere: positive, negative, dubbiose, ma non denigratorie… nessun romanzo, infatti, può diventare un best seller se non vale nulla. Vi aspetto.