Likkui chama *
5 ore fa

Allora, dopo la scossa 4.8 dell'una e venticinque mi pare, mi sono riaddormentata (sempre in macchina) e ho sognato... David Bowie con i suoi perfetti capelli platino-argento. Eravamo in un parco immenso e c'erano tante sedie verso un palco basso, discreto. L'artista non c'era e alcuni spettatori eleganti incitavano l'uscita per l'esibizione schioccando le dita come in Blue Jean e ho pensato: "Oh, beh di tempo avanti a me ne è rimasto ben poco. Sono alla frutta e io mi trovo vicino all'ultima portata."
Ieri
sera, con alcuni avventori (fuori dalla locanda a causa del terremoto, nelle tende) si è parlato di “scrittura
terapeutica” che a mio parere, e a quello di tre avventori su cinque, non deve
essere la trasposizione su carta (o computer) di eventi traumatici autobiografici
ma, al contrario, la creazione di mondi e vissuti mai sperimentati dall’autore,
in modo tale che questi possa essere chiunque desideri senza l’assillo
ingombrante della realtà poco allettante che lo circonda (soprattutto oggi).
Cari avventori, mi perdonerete se oggi non tradurrò il post in inglese: è ferragosto e ho voglia solo di relax. Ho appena finito di infornare una torta salata senza prosciuttini vari, voi capirete, se non mi preparo qualcosa da me quando c'è un barbecue all'orizzonte potrei restare completamente a digiuno! Poi ci sarà anche una bella insalatona e forse dell'anguria, così potrò rifarmi.
Come
ho scritto altrove qualche giorno fa, io sono una lettrice di bocca buona, nel
senso che la spocchia non mi appartiene e non ho preclusioni di genere. È vero, spesso alcune copertine melense o
banali mi danno l’orticaria e pure i titoli non mi fanno presagire nulla di
buono, ma è proprio quello il momento in cui comincio a leggere gli estratti
(che Dio li benedica!) e, leggendo leggendo, mi rendo conto che la mia prima
impressione era… giusta! Sì, perché
basta un capitolo o due per accorgersi che si è davanti al solito autore senza
stile, tecnica narrativa e contenuti (e ovviamente mi guardo bene
dall’acquistare il libro).
Questa
mattina un uomo di colore è arrivato alla mia locanda, ha bussato alla porta e
si è messo in attesa. Non era la prima volta. Viene qui da mesi, ma non più di
una volta al mese. Come sempre non ho soldi in casa (è una mia abitudine) così
gli ho chiesto: “Vuoi della frutta?”, lui, sorridendomi, ha risposto: “Oh, sì,
grazie!”, poi ha abbassato lo sguardo, restando in silenzio.
E sono felice, perché questo pomeriggio, grazie ad Andrea Fazzini del Teatro Rebis, ho conosciuto la figura di Danilo Dolci. Ne ricordavo il nome a malapena e ora, spinta dalla curiosità, ho cominciato a spulciare in rete informazioni sulla sua vita: era un sociologo, un poeta, un educatore e un attivista della nonviolenza italiano. Fu addirittura soprannominato il Gandhi della Sicilia. Ecco, questi sono gli uomini che riescono ad ispirarmi perché, al di là della parola scritta, cercano di intervenire fattivamente nel tessuto sociale di ogni età, anche a rischio della propria vita, infatti ha dovuto vedersela sia con la mafia che con la politica (e a volte le due cose coincidono).
“Quando il ricco rapina il povero si chiamano affari, quando
il povero reagisce si chiama violenza”. Ecco, questa frase racchiude tutto, ed anche se non sembra
inerente al 25 aprile, lo è. Perché la sopraffazione dei potenti (sempre
ricchi) è da sempre l'arma usata per ledere la dignità e la libertà dei popoli
(sempre poveri). Siamo stati liberati dal fascismo un tempo, ma è tutta una
grande illusione: i fascisti sono ovunque ed è fascista chiunque si ritenga
superiore a un altro essere umano e, in virtù di questo, si muova in tutti i
modi per annientarlo. Il fascismo non è un retaggio del passato, è l'odio che
sento uscire dalle bocche per strada e nei commenti che leggo sui social, ogni
giorno.
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